DERVIO: ALLUVIONE TRA FANGO E DETRITI

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Immagine dal web – Dervio, Torrente Varrone in piena

Dervio.

Mi sono svegliata così stamattina, con le immagini del mio paese invaso dal fango.

Vivo in un posto bellissimo. Tra il lago e le montagne. Dove ogni bambino dovrebbe poter avere la fortuna di trascorrere l’infanzia.

Quando abitavo a Milano, prima per l’Università e poi per il lavoro, mi sembrava di restare in apnea per un’intera settimana: tornavo a respirare solo quando, il venerdì sera, col treno, uscivo dalla galleria del San Martino e vedevo davanti a me il lago al tramonto. E poi vedevo Dervio, ancora lì, ad aspettarmi, dove lo avevo lasciato.

E stamattina, quello spettacolo, era completamente invaso dal fango.

Guardavo le foto e i video sui social e alla tv senza sapere cosa fosse successo, dove fossero i miei genitori, i miei amici.

La strada che ogni weekend percorro con i miei bambini per andare al parco giochi era un fiume in piena.

Noi l’abbiamo visto spesso arrabbiato il torrente Varrone, soprattutto negli ultimi tempi, con queste scariche violente che nemmeno la natura sembra progettata per sopportarle.
Abbiamo visto esondare il lago durante quelle annate di piogge incessanti.

Ma lo abbiamo visto succedere piano, qualche centimetro alla volta, con la possibilità di preparare l’allerta, di organizzare gli interventi e anche di giocarci un po’.

Questa volta no.
Questa volta, per la prima volta, abbiamo sentito la parola “evacuazione“.
Che quando abiti in un posto così, sai che potrebbe succedere ma non è mai successo, perché dovrebbe?
Ma quando ti colpisce, quella è una parola che sa di terrore.
Perché non se ne capiscono i confini. Sembra che possa nascondere qualcosa che forse non saprai mai fino in fondo. E vorresti sapere. Ma è meglio di no. Segui le istruzioni degli operatori e speri che non succeda niente, a nessuno.

Fino a quella parola, gli abitanti erano in strada, nel tentativo di portare soccorso a chi ne aveva bisogno, di alzare i tombini e aiutare l’acqua a defluire.
Perché nei paesi piccoli è così. Si è famiglia. Ci si conosce tutti, ci si vuole bene anche quando si tenta di odiarsi. Anche quando ci si spacca in due per le elezioni comunali, o ci si azzuffa alle assemblee di condominio, o i figli litigano a scuola, o quello meno bravo gioca titolare al posto del tuo.

Ma davanti alla paura la mia mano si allunga verso la tua. Quella faccia senza un nome diventa subito presenza, la incontri ogni mattina al bar, è il nonno di Tizio, lo zio di Caio.

E’ durata un attimo la paura, si è capito subito che la situazione fosse sotto controllo, per quanto si possa credere di poter tenere sotto controllo la natura.

Adesso le strade sono piene di fango, tronchi e detriti. Sono piene di qualche critica perché ancora non si sa se e quando si potrà rientrare nelle case.

Ma sono piene anche della consapevolezza di chi affronta una difficoltà e nella difficoltà si unisce. Di chi respira la paura di perdere il controllo, di poter solo restare a guardare, senza poter difendere qualcosa a cui tiene.

Di quell’apnea di quando abitavo lontano. E poi lo vedevo, ed era ancora lì, dove lo avevo lasciato.
E respiravo.

Dervio.

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