LE MAMME IMPARANO OGNI GIORNO

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Mio figlio lancia le cose.
Non sempre. Ma quando riceve un no, quando gli viene impedito di fare qualcosa che desidera, prende quello che ha sotto mano e lo lancia. Forte.

Abbiamo provato a gestire questa reazione distraendolo e proponendogli un’alternativa: la reazione si calmava ma al no successivo quel gesto veniva ripetuto.
Abbiamo provato a sgridarlo: peggio che peggio, la reazione veniva amplificata.
Abbiamo provato a ignorarlo: allora prendeva altri oggetti da lanciare per attirare l’attenzione, quasi a preferire una sgridata all’indifferenza.
Allora abbiamo provato ad accettare e contenere la sua reazione: nulla.

Ieri sera, dopo una serata tranquilla nel prato di casa era ora di rientrare. Lui voleva rimanere a giocare fuori ma quando ha capito che non c’erano alternative ha preso la sua biciclettina e l’ha sbattuta forte per terra, rompendo il manubrio.

Quella biciclettina per lui è importantissima, la cerca sempre, la usa in casa, ci sale e la guida perfettamente da quando ha un anno e mezzo. Guai a chi gliela tocca. È la sua “chitta”.

Quando si è accorto di averla rotta, ho letto nel suo sguardo una ferita profondissima. Per la prima volta, quel gesto, aveva fatto male a lui, un male ancora più doloroso di quello fisico.

Io, vedendo quella delusione fortissima, non ho perso nemmeno un attimo per sfruttare l’occasione e dimostrargli quanto sbagliato fosse quel comportamento. Mi è sembrato di avere davanti un’opportunità perfetta per farglielo capire, rincarando la dose “la bici si è rotta perché tu l’hai lanciata. Non si tirano i giochi“. L’ho ripetuto un sacco di volte. Non volevo che mi sfuggisse questo momento di vulnerabilità per fargli capire una volta per tutte che quel gesto non si fa.

“Tu hai rotto la bicicletta”.
Perentoria.

Da quegli occhi spaventati e delusi, che non erano nemmeno riusciti a piangere fino a quel momento, hanno cominciato ad uscire lacrime disperate…ne sentivo il sapore amaro come se fossero le mie.

Matteo ha preso la sua biciclettina, il manubrio rotto, ha provato ad aggiustarlo mettendolo vicino, gridando “papà…papà” perché sa che se si può aggiustare, il papà può farcela.

Ha pianto mezzora, ha pianto nel lettino, vicino a me.
Poi ha voluto la manina e ha appoggiato la sua guancia sulla mia fronte. Il respiro piano piano è tornato normale. “Chitta. Rotta chitta.” “Dai Matteo, domani spieghi al papà cosa è successo e lui prova ad aggiustarla”.

Stavo per aggiungere, per l’ennesima volta “vedi cosa succede? Non si lanciano i giocattoli” ma mi sono trattenuta e pentita per tutte le volte che gliel’ho ripetuto in quella mezzora, per non farmi scappare questo suo momento di debolezza e fargli passare finalmente un messaggio.

Mi sono sentita incapace: ho avuto bisogno di vederlo “sconfitto” per avere la sensazione di essere riuscita a fargli capire qualcosa.
Qualcosa che non sono stata in grado di spiegargli e insegnargli “a modo mio”. Ho usato un metodo che non condivido, che non trovo corretto e che evito sempre. Accusarlo, farlo sentire in colpa e calcare la mano su un comportamento scorretto che ha.

Non lo so se stasera mio figlio abbia imparato qualcosa o se è troppo piccolo per capire che un gesto ha delle conseguenze. Se quella di lanciare gli oggetti è una sua reazione istintiva che non ha ancora imparato a controllare, a prescindere dal danno che quella reazione può provocare. Non so cosa gli resterà.

A me resta ancora di più la convinzione che a volte le parole siano superflue, se non addirittura dannose. E che noi mamme, prese dall’ansia educativa, rischiamo di fare più danni di un giocattolo lanciato.

 

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