AMORE CRIMINALE – VIOLENZA SULLE DONNE

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Immagine da web

Violenza sulle donne

L’altro giorno, dopo una piacevole domenica in famiglia sul lago, con i bambini addormentati in auto durante il viaggio di ritorno e una serata tranquilla davanti, ho acceso la tv.

Riesco ad accenderla raramente da qualche anno.
Non che ne senta la mancanza ma ogni tanto mi piacerebbe avere un po’ di tempo per guardare almeno le trasmissioni che seguivo prima dei bambini.

Come Amore Criminale.
Lo guardavo perché sono sempre stata una che queste cose preferisce conoscerle in ogni dettaglio, in ogni piega, in ogni sfumatura. Non importa se mi faranno dormire male o aumenteranno la paura. Sono cose che purtroppo accadono tutti i giorni e per evitarle è necessario conoscere le infinite modalità che la violenza ha per nascondersi e non farsi riconoscere.

Lo faccio per me, per le mie amiche, per mia figlia. Lo faccio perché i segnali rischiamo di averli davanti agli occhi e ignorarli o sottovalutarli.

La scorsa domenica hanno ricostruito la storia di Federica, 16 anni, uccisa dal fidanzato Marco.

In passato mi sono sempre messa dalla parte della vittima. Mi chiedevo come facesse a tollerare certi atteggiamenti, come mai non ne parlasse, perché non trovasse il coraggio di andarsene. Perché permettesse il controllo del cellulare, le restrizioni sui vestiti da indossare, sugli amici da vedere, sui locali da frequentare. Come fosse possibile credere che fossero questi i sacrifici e i compromessi pretesi dall’Amore.

Domenica, per la prima volta, ho vissuto la vicenda da una prospettiva differente, spaventosa, soffocante. Mi sono messa nei panni di quei genitori. Di loro che sapevano che si trattava di un rapporto malato, pericoloso e totalmente sbagliato. Di quel tentativo di far ragionare una figlia adolescente che l’unica cosa che voleva era vivere quel sentimento pensando di averne il pieno controllo. Di quei discorsi pacati, di quelli più netti e severi, delle prese di posizione rigide. Dei tentativi di colpire la corda giusta, camminando in un equilibrio precario tra le parole da dire e quelle da ricacciare nella gola per non rovinare le piccole conquiste che facevano sperare.

D’istinto, come tanti, ho pensato che mia figlia l’avrei chiusa in casa o mandata da qualche parente lontano o in una vacanza studio dall’altra parte del mondo. Ma cosa avrei ottenuto? Il rischio di una reazione contraria e violenta, di una fuga, di un allontanamento. Avrei incrinato un rapporto già teso, avrei perso l’ultimo briciolo di fiducia, non mi avrebbe più raccontato nulla e così non avrei più potuto proteggerla.
A 16 anni, ovunque l’avessi mandata, sarebbe stata in grado di tornare là dove voleva stare. E ad allontanarla con la forza, probabilmente, l’avrei fatta tornare con ancora maggiore convinzione.

E quindi, cosa avrei fatto io?
Le avrei parlato. Sì certo. Nell’illusione di convincerla, di aprirle gli occhi. Nell’attesa e nella speranza che quella storia si spegnesse da sola, senza incidenti e senza strascichi. Ma aspettare a volte è l’errore più grande. Se il pericolo è evidente bisogna allontanarsi il più velocemente possibile. Le spiegazioni sono l’unica cosa che può davvero aspettare.

E quindi?
Forse avrei chiesto aiuto. A qualche professionista. Ma siamo certi che mettere in mezzo altre persone non scateni ulteriormente la rabbia e la frustrazione di chi crede di potercela fare da solo? Non spingerei mia figlia a mentire solamente per dimostrare a tutti che le cose vanno bene e liberarsi così di un controllo invadente? E se iniziasse a mentire perderei completamente il contatto con i segnali che mi aiutavano a tenere sotto controllo l’asticella del pericolo.

E a quelli che sentenziano che i figli se li hai educati bene fin da bambini non si metteranno in queste situazioni, alludendo a qualche più o meno evidente mancanza da parte della famiglia, auguro solo di non abbassare mai tanto la guardia da arrivare al punto in cui le loro stesse convinzioni possano impedirgli di vedere cosa sta succedendo.

La verità è che è impossibile sapere cosa fare. Che essere genitori è una responsabilità troppo grande. Oggi poi, che i confini sono diventati infiniti, fuori dalla nostra portata e dal nostro impegno. Fuori dal nostro controllo. La società preferisce voltarsi dall’altra parte anziché provare a sobbarcarsi un po’ di questa responsabilità, per paura, per comodità, per tranquillità.

Ma è solo così che possiamo tornare a crescere i nostri figli in sicurezza, con l’aiuto di tutti: solo con la speranza che i tuoi occhi arriveranno là dove i miei vengono oscurati, le tue orecchie là dove le mie vengono tappate, la tua bocca e le tue parole là dove le mie vengono ignorate.

Perché i figli sono di chiunque li incroci per strada, di chiunque li ascolti ridere e scherzare su quel muretto, di chiunque creda in un futuro migliore. Perché loro sono il futuro, il mio come il tuo.

 

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