WORLD CANCER DAY – GIORNATA MONDIALE CONTRO IL CANCRO

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Avevo 19 anni.
Era il primo anno di Università. Il primo fuori casa. Condividevo l’appartamento con altre 3 ragazze. Con una di loro dividevo anche la grande camera da letto con il parquet. Si chiamava Giulia, aveva la mia età e studiava lingue. Aveva dei bellissimi capelli biondi, lunghi fino a metà schiena, un paio di occhi blu oceano e un sorriso contagioso. La trovavo fantastica, al punto che mi ero accorta di aver iniziato, involontariamente, a imitare alcuni suoi atteggiamenti. Il suo modo di parlare, di gesticolare. A volte imitavo perfino la pronuncia della sua “S” un po difettosa, ma che su di lei sembrava perfetta.

Impossibile non adorarla.

Infatti era piena di amici.
Ricordo che quel capodanno ero in una crisi nera. Mi stavo lasciando con l’allora fidanzato, dopo 3 anni, e festeggiare era l’ultimo dei miei desideri. Però Giulia mi aveva convinto a passarlo con lei e qualche amico, nella nostra casa in affitto, una serata tranquilla. E così mi sono trovata l’appartamento invaso da ragazzi simpaticissimi, solari, divertenti, proprio come lei. E non solo abbiamo festeggiato la mezzanotte di Milano, ma anche quella di Londra e di tutti i fusi orari successivi, fino a mezzogiorno.
Un capodanno che mi ha ricaricato, grazie a Giulia e a tutta l’allegria che sapeva sventolare nell’aria quando ti passava accanto.

Un giorno, tornando a casa dall’Università, la trovo in lacrime in bagno, mentre si lava i denti. “Giulia cosa succede?” “Non lo so Ale, so che sto male, non riesco a respirare, mi sento un peso qui sotto il collo. Torno a casa” “Hai bisogno di aiuto? Aspetta che chiamo qualcuno o ti accompagno” “No, ho il treno fra 20 minuti, vado altrimenti lo perdo”.

La sera la lascio tranquilla ma il giorno dopo le scrivo un messaggio. “Ne parliamo lunedì” mi risponde.

Non ho fatto molto caso alla risposta. Giulia era sempre allegra, ma le rare volte in cui le girava storta era meglio lasciarla sbollire.

Lunedì rientro dalle lezioni e la aspetto a casa. Quando apre la porta la vedo entrare con il suo solito sorriso che quasi mi dimentico di chiederle come sta. Parliamo di altro fino a che le domando “com’è andato il weekend?”. Sposta lo sguardo. “Strano. Sabato mi sono dovuta far accompagnare a casa da un amico perché avevo un mal di testa fortissimo. Però, a parte questo, bene”.

Quando sei uno studente fuori sede e passi tutto quel tempo insieme, non importa da quanto ti conosci, sembra che sia una vita. E quella vita basta per sapere che c’è dell’altro oltre le parole.
Non ribatto e aspetto che sia lei a rompere il silenzio.

“Sai Ale, quel mio amico che sabato sera mi ha accompagnato a casa perché non mi sentivo bene ha avuto la leucemia qualche anno fa. Siamo rimasti in macchina a parlare un po’. Ale, quando l’ha scoperto aveva i miei stessi sintomi. Identici”.

Il buio.
Era così convinta di quello che mi stava raccontando che per me è come se l’avessimo scoperto lì, insieme, davanti ad una pasta al pesto, mentre ci raccontavamo il weekend, a 19 anni, da sole, senza qualcuno che potesse attutire la botta.

Sono seguite le analisi, l’attesa, la conferma.
La chemioterapia.

Io mi sono spaventata. È stato tutto troppo veloce che mi sono spaventata. Di una paura che mi ha paralizzato.
L’ho rivista una volta in ospedale, già senza i suoi capelli biondi.
Poi l’ho rivista a casa nostra, accompagnata dal suo papà, mentre veniva a prendere delle cose che le servivano.

Poi sapevo di lei tramite le sue migliori amiche o tramite mia mamma che lavorava con la sua.
Erano sempre notizie negative.
È una forma aggressiva.
Lei non sta reagendo bene.
Rifiuta la psicologa.
Rifiuta il trapianto.
Rifiuta il cibo.

E io ho rifiutato tutto questo.
E ho un senso di colpa sconfinato per non esserti stata vicina come avrei dovuto, come avrei potuto, come avrei voluto. Come tu lo sei stata con me senza che io ne avessi mai avuto il bisogno che invece hai avuto tu.

Mi sentivo in colpa perché nei mesi prima di ammalarsi io e Giulia avevamo diviso la stessa casa, dormito nella stessa stanza, mangiato le stesse cose, percorso le stesse strade. Era lì di fianco a me e lei potevo essere io. Perché lei e non io? O se è successo a lei adesso succederà anche a me?
Ho cominciato ad avere paura di tutto, di un livido che non se ne andava, di un mal di stomaco, di una fitta alla tempia, del mal di gola.

Scusami Giulia. Scusami davvero.
Ti penso ogni volta che rifiuto una visita perché non è nell’orario più comodo, ogni volta in cui rimando un controllo perché sono ancora giovane, ogni volta che evito gli esami perché mi sento bene.
Quando tormento chiunque sulla prevenzione, quando divento assillante sull’andare a fondo se qualcosa non va, su una tosse insolita.
Quando vorrei urlare a chiunque, me compresa, fallo il pap test una volta all’anno, la mammografia, l’ecografia, gli esami del sangue con qualche valore in più da controllare.

Scusa Giulia per non esserti stata accanto abbastanza. Io invece sento che tu sei ancora qui, vicino a me. Oggi ancora di più.

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