DEPRESSIONE POSTPARTUM: LA SOLITUDINE DELLE MAMME

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Me lo ricorderò per sempre quel giorno.

La mia bambina aveva poche settimane, io ero stanca, provata dal dolore dei punti, dall’allattamento, dalla mancanza di sonno e da quella sensazione di responsabilità che è inutile spiegare, finché non la provi non la puoi comprendere.

Pensavo al corso preparto, a quanto mi ero sentita curata e coccolata. Le visite, gli incontri, quelle belle parole che avevano reso l’attesa una poesia.

Avrei avuto bisogno di sentirmi addosso quella stessa attenzione anche dopo. Non parlo dell’affetto della famiglia. Parlo di un sostegno medico, consapevole, esperto. Figure delle cui parole ti fidi, ti lasci consigliare, ti fai rassicurare. Perché nella tua idea di maternità “loro sanno come si fa”, loro hanno visto tanti bambini e sanno meglio di chiunque altro cosa va bene per il tuo. E per te. Sanno davvero, e non solo per compiacerti, se l’allattamento sta andando bene, cosa bisogna fare per dormire di più, cosa dire a chi ti sta vicino perché ti sia d’aiuto.
È inutile chiedersi il motivo. Ogni mamma avrebbe bisogno di questo. E non c’è. O almeno non è previsto come percorso strutturato.
Nel mio ospedale, a distanza di qualche mese dal parto, in occasione dell’ecografia alle anche, ti consegnano un foglio con alcune domande che solo a leggerle ti senti in colpa. Domande a cui d’istinto non rispondi mai la verità. Te lo infilano in mano, mentre sei lì per fare altro. Non parli con nessuno. Metti delle crocette a risposte riduttive, lo restituisci e il supporto è finito lì. In un’autodiagnosi falsa.

Me lo ricorderò per sempre quel giorno. Quando ancora credevo di potermi prendere del tempo per me quando lei dormiva e fare tutto quello che non riuscivo a fare di solito, anziché approfittarne e riposare.

Quel giorno avevo deciso di preparare una torta. Io che non cucino mai volentieri. Volevo dimostrare a me stessa che non solo riuscivo a fare una doccia, non come le mie amiche che dicevano di non trovare 10 minuti per lavarsi i capelli, ma potevo perfino preparare un plumcake allo yogurt, il mio preferito.

Così avevo iniziato a preparare la farina, lo zucchero, il lievito. Avevo già rotto le uova e versato lo zucchero nella marmitta di vetro, quando mi sono accorta che mancava lo yogurt.
Avrei potuto fare la versione normale della stessa torta, quella senza yogurt, ma sarebbe stata la dimostrazione che nemmeno io riuscivo ad essere la mamma che mi ero immaginata che sarei stata. Quella torta era diventata la mia pagella. Il voto che mi meritavo per questo nuovo ruolo in cui mi trovavo. Non lo stavo facendo per nessun altro. Nessuno intorno a me si aspettava quella torta. Ero io che la pretendevo da me stessa.

Piuttosto che accettare un fallimento, stanca e nervosa, ho vestito la bambina, mi sono vestita io e sono uscita, diretta al supermercato vicino a casa per comprare lo yogurt.

Arrivata davanti al negozio, il vuoto.

Non riuscivo a ricordarmi cosa dovessi comprare. Ho cercato di ricostruire cosa stessi facendo prima o cosa volessi preparare dopo ma non ce n’era traccia. La mia mente era totalmente offuscata, fuori dal mio controllo, immobile. Mi sono agitata. La testa ha cominciato a girare, forse sotto lo sforzo di quei pensieri che nel tentativo di cercare la risposta si stavano annodando. Ho provato a respirare, per calmarmi, ma ero completamente in blackout, lontana da me, irraggiungibile.

Dovevo comprare solo lo yogurt. Stavo facendo una torta allo yogurt. Non avevo lo yogurt. Sono uscita solo per quel motivo. Il supermercato si trovava a 5 minuti da casa.
In quei 5 minuti la mia mente ha azzerato qualunque cosa fosse successa nelle ore precedenti.
Non ricordavo di essermi vestita, di aver vestito la bambina, se le avessi dato da mangiare, non ricordavo nulla.

Era impossibile che stesse succedendo a me. Io così sicura, così forte, così amata. Così grintosa, così pronta ad affrontare qualsiasi cambiamento. Io, tutto fuorché fragile.

Sono tornata a casa con la sensazione di panico addosso, ho aperto la porta, sono corsa in cucina per bere un sorso d’acqua. Sul tavolo la marmitta di vetro trasparente con le uova dentro.
Sono scoppiata a piangere.
Disperatamente.
Di un pianto il cui amaro lo sento ancora nella gola, ogni volta che ci penso. Ogni volta che sento notizie come quella di Pina e delle sue gemelline.

Era solo un vasetto di yogurt. Ero stanca. I punti facevano male, dormivo poco, l’allattamento era impegnativo e io non mi riconoscevo. Sarebbe dovuto essere il periodo più bello della mia vita e io non riuscivo ad essere felice, non ne avevo la forza.

Ho pianto perché, in quel preciso istante, mi sono resa conto, nella maniera più disarmante che esista, che quel vasetto di yogurt dimenticato poteva essere mia figlia.

Incomprensibile per chi non l’ha provato. Inspiegabile per chi non affronta di mestiere quotidianamente queste situazioni.
Inaccettabile per chiunque, anche per me.
Talmente inaccettabile che non ne ho parlato con nessuno. Nemmeno dopo.

Eppure giuro che è stato così.
Per la mia testa non c’era nessuna differenza. Per il cuore sì, è ovvio. Ma la testa era completamente disconnessa. Le priorità erano azzerate. Per la mia testa lo yogurt era uguale a mia figlia. Uguale a qualsiasi altra cosa. E come si era dimenticata dell’uno si sarebbe potuta dimenticare di lei. Di lei su un seggiolino in auto, di lei nel passeggino da qualche parte mentre facevo una commissione.

Un cortocircuito durato un attimo nel mio caso.
Ma che ho avvertito come un graffio profondo nell’anima. Io l’ho sentito davvero che quel barattolino di yogurt poteva essere lei. E mi viene ancora da piangere, a distanza di anni.

Mi sono sentita travolta da quei commenti disumani e quelle critiche violente che avevo letto quando quei genitori avevano dimenticato i bambini in auto. Come se fossero stati un cellulare o una borsa.

Di quando quelle mamme avevano compiuto gesti folli, ingiustificabili, inaccettabili.
Mi sono sentita loro e avrei voluto scappare, avrei voluto non essere io, avrei voluto che quella bambina non fosse mai esistita perché se non fosse esistita non avrei mai potuto farle del male, non avrei mai potuto dimenticarla come si dimentica l’ingrediente di una torta. Con la stessa assurda e inconcepibile facilità.

Perché era solo uno yogurt. Ma poteva essere lei.

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